Salotto d'inverno 1999 - Pierluigi Sabatti, Vecchie e nuove minoranze
Venerdì 16 aprile 1999, ore 18 - Caffè S. Marco - Trieste

Pierluigi Sabatti
Vecchie e Nuove Minoranze Introduzione di Sari Coassin
Minoranze etniche, ponte fra le popolazioni, ricchezza di un territorio, stimolo alla mobilità intellettuale: sono tante le definizioni accattivanti che vengono attribuite alle minoranze etniche. Si è sviluppato quasi nel corso degli anni una sorta di retorica laudativa della presenza e nel ruolo delle minoranze. Una retorica però che nasconde una realtà ben diversa e lo dimostra drammaticamente proprio quanto sta avvenendo adesso nel Kosovo. Una realtà, che senza giungere alla tragedia che possiamo purtroppo seguire in televisione, si presenta ancora difficile anche altrove in questo nostro continente.
Ma parliamo del Kosovo. Paradossalmente il paese che in Europa rappresentava, dopo l’Unione Sovietica, la realizzazione più avanzata della società multietnica e cioè la Yugoslavia di Tito o seconda Yugoslavia, mentre questa tremenda di Milosevic è la terza, la Yugoslavia è il luogo dove si sta consumando un conflitto che riporta indietro, come si è detto più volte, l’orologio della storia. Ricordate come si presentava la vecchia Yugoslavia? Un paese, due alfabeti, tre religioni, quattro lingue, cinque popoli, sei repubbliche. Ero uno slogan questo che faceva parte della retorica del regime di quel Paese, la stessa retorica della fratellanza e dell’unità. Una retorica che voleva presentare un paese di popoli fratelli.
In Yugoslavia, come in Russia, il nazionalismo era bandito come nazionalismo, ma le nazionalità erano sostenute da una legislazione minuziosa che garantiva ampie tutele, come spiega molto bene il sociologo americano Rogers Brubaker in un libro che è uscito recentemente che si intitola I nazionalismi nell’Europa contempora- nea. E si cercava, aggiungo io, di creare un nuovo prototipo naziona- le, cioè l’uomo yugoslavo.
Per darvi un'idea basti andare all’articolo pubblicato recentemente sul Il Piccolo dalla Kenka Lekovic che è una scrittrice fiumana che vive a Trieste, che descrive come erano i giovani della sua generazione nella Yugoslavia di Tito. Come nell’Urss si tentò di creare l’uomo sovietico. Però non bastarono i quarantacinque anni di Yugoslavia e neanche i settanta di Unione Sovietica a creare questi prototipi. Basti pensare che, per fare un esempio, negli ultimi anni della Yugoslavia unita alle ultime elezioni nella repubblica allora federale il premier di allora Markovic si presentò con un partito che si dichiarava yugoslavo e fece fiasco.
Nei quarantacinque anni di Yugoslavia, invece, si realizzarono molti matrimoni misti, matrimoni misti che oggi pongono ai figli nati da quelle unioni seri problemi di identità, quando l’identità non diventa fonte di tragedia.