News: Visita alla mostra "Renata Tebaldi" profonda ed infinita
Venerdì 12 marzo 2010, ore 17.15 - presso il Palazzo Gopcevich, Via Rossini, 4 - Trieste, l'Associazione Culturale Amici del Caffè Gambrinus, organizza una visita alla mostra
profonda ed infinita
guidata da V. R. Bisogni, autore di Renata Tebaldi: viaggio intorno a una voce
E’ innegabile che una Natura altamente benigna abbia gratificato la canora creatura, nata a Pesaro il 1° di febbraio del 1922, di quella dote una e trina che Rossini, genius loci, riteneva unica e indispensabile dote per chi intendesse fare del canto professione ed arte: e, cioè, “Voce, voce e voce”. Nemmeno si sottovaluti la clamorosa definizione che Toscanini - ed eravamo appena nel 1946 - volle dedicare alla trasparenza paradisiaca dei suoni espressi dal giovane soprano, attribuendoli né più né meno che ad una "Voce d’angelo”, non intendendo negarne con questo il correlativo fascino muliebre, tal che un Mario Del Monaco non rinunziò ad una personale puntualizzazione, sottolineando che "Nessuna voce è stata più femminile, più terrena, più morbida e sensuale di quella della Tebaldi. Voce di donna, non d’angelo".
Era da tale vocalità, privilegiata da vibrazioni di riconoscibilità immediata, che derivava, frutto spontaneo di talenti innati, una comunicativa aliena da sofisticazioni se pure, innegabilmente, risultanza paritaria di tecnica scaltrita e di raro magistero.
Nell’amore per il grande Verdi, per il prediletto Puccini, per il suo primo Wagner (impagabile Elsa nel Lohengrin ed ammirevole Elisabetta in Tannhaüser), mai esorbitando dal dominio del sentimento, si coglieva l’intimo senso delle singole individualità compositive; ed era come se una grande dottrina combaciasse con una naturalezza assoluta, sempre all’unisono con la sensibilità di chi sapesse abbandonarsi ad ascolti alieni da aridità intellettuali.
Il che ispirava, nella lunga galleria di ritratti del Verdi maturo (ben undici ruoli), un delicato equilibrio di allusioni e ritrosie, alternate a luminosi ed espressivi accenti: così per le mirabilia vocali disseminate nella Messa di Requiem e per la Leonora de La Forza del destino, dove la pulsione febbrile dell’orchestra si specchiava nel fraseggio sofferto dell’interprete che sapeva parteciparti la violenza psicologica subita, la disperata lucidità nell’imminenza inesorabile della catastrofe; come altrettanto in Traviata dove si faceva tangibile in qual grado spiritualità e residui di passione terrena si fondessero in una sincera voluttà di lacrime.
Puccini, poi, per consentaneità di sentimenti, si giovava di una naturalezza assoluta nel saper armonizzare umanità e verità delle amorose creature: senza rinunziare alle iperboli reclamate dall'ardua vocalità di Manon Lescaut o dallo status di femme fatale di Tosca; alla forza di eroina naïve di Minnie, all’inattaccabile nobiltà di Cio-Cio-San, necessariamente monumentale eppur ricca d’innocenza, che nascondeva dolore e disillusione nel segreto di una solitudine orgogliosa. Altrettanto - e, forse, perfino in maggior misura - avveniva per Mimì, la primissima delle creature pucciniane da lei cantate e quella che, forse, più inteneriva: dalle poche battute tra le quinte e dal primo incedere in scena fino allo sconsolato commiato, il canto era reso come un lungo inconsapevole addio, sul pedale continuo di una malinconia senza dolore che, d'altronde, faceva da fil rouge nel poliedrico universo femminile dell’Autore.
Era, dunque, nella resa appassionata eppur misurata delle grandi figure del melodramma che rifulgeva quella che non può individuarsi se non come autentica cultura interpretativa.
A scorrere quella fonte memorabile di notazioni su questo nostro (ex) Bel Paese che è “Viaggio in Italia” di Goethe, colpisce quanto al letterato suggerì la visione dei dipinti del Guercino, a suo parere ricchi di grazia morale, tranquillità e libera grandiosità. Ebbene, non sembri ora eccentrico affermare che quelle stesse qualità sembrano assimilabili anche al canto ed alla personalità di Renata Tebaldi.
In proposito, ci sovviene di quando quel mito vocale prese a consolidarsi: si era alla fine degli anni ’40 del ‘900 e la riapertura culturale ai prodotti statunitensi ed hollywoodiani in particolare ci aveva consentito di riprendere confidenza anche con l'autentico kolossal di cui era maestro Cecil B. De Mille, ben differente da quello impacciato ed autarchico tentato in casa nostra (ricorderà qualcuno “Scipione l'Africano” di Blasetti?).
È fin d'allora che in noi persiste intatta l’impressione suggeritaci dalla primissima conoscenza della giovane Tebaldi: la cortesia della donna di gran rango, la trasparenza dell’incarnato, il naso breve, la curva dolce del mento nel profilo amabile (nonché quella consapevolezza tutta femminile che tendeva ad esaltarlo nelle posture abituali e nelle pose fotografiche) ci richiamarono una rassomiglianza con Elissa Landi, eroina cinematografica che, nell’ultima sequenza de “Il segno della Croce” di De Mille, si avviava radiosa al martirio. Fu questo che, in verità, ci suggerì immediata una sorta di calambour, sia pur indenne dall’humour impertinente insito in tal esercizio di assonanze verbali: "Per una Landi, il segno della Croce; per la Tebaldi, il segno della …VOCE!". E chissà che gli astri che dominavano i cieli di Pesaro in quel fausto avvio di febbraio del '22 non abbiano davvero segnato per la neonata Renata l'auspicio “In hoc signo vinces”, tutto in lettere di fiamma. Lei, privilegiata pellegrina, andò davvero per l'intero mondo e lo percorse, come da predestinazione, da eroina mai men che vittoriosa.